Archivio della categoria: appunti

“Vestire con gusto” presentazione del libro Le ricette della Nonna di Enza Iozzia: le foto

Il lungo studio antropo-filologico che Enza Iozzia ha condotto sulle radici culinarie della sua terra ha dato i suoi frutti: erano allineati su otto vassoi, e li abbiamo gustati alla fine della book-performance che Tessere Trame ha dedicato al libro LE RICETTE DELLA NONNA, e che ha portato nella Boutique di Flavia Ruggeri – nel pieno centro di Piacenza – una ventata di profumi e sapori siciliani.

I sapori forti correvano sul filo di citazioni letterarie da Amado a Marinetti, da De Roberto a Tomasi di Lampedusa, e si andavano a infrangere nel peperoncino unito in matrimonio col cioccolato modicano. Il tutto benedetto da arancini, scacce, cannoli e altro ben di dio che l’antica cucina di Modica ha saputo perpetuare nel tempo.

 

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Un mondo a parte – Letture in carcere

C’è un mondo a parte, che difficilmente conosciamo, per quanto sia geograficamente molto vicino al nostro. A volte è appena fuori città, come accade a Piacenza. E’ un mondo spesso fatto di capannoni bassi e cortili. In un giorno di sole, può sembrarti persino un posto piacevole, almeno finché non consegni i documenti d’identità all’ingresso, non rispondi alle richieste di informazione dell’agente di guardia e non varchi la soglia perché i cancelli ti si possano chiudere alle spalle. Allora capisci che stai entrando, appunto, in un mondo a parte.

Tessere Trame ha avuto la possibilità e per certi versi il privilegio di varcare quel cancello e di portare nella sezione femminile del carcere di Piacenza un piccolo contributo: una serie di tre incontri sulla lettura e la scrittura, destinato da donne a donne, attraverso la preziosissima mediazione dell’A.S.P. – Servizi alla persona di Piacenza.

L’idea di base era semplice: entrare in questo posto di sbarre e cancelli, dialogare con le detenute che avevano voglia di partecipare, provare a convincerle che leggere serve, ed è importante per vivere. Indurle anche a provare a leggere a voce alta, ascoltando ogni parola e dunque imparando anche a usarla meglio e poi a scriverla.

La motivazione alla lettura passa attraverso la comprensione delle necessità del letture. Non si può proporre qualunque cosa, indipendentemente da chi ne è il destinatario. Occorre ragionare un poco sul genere di “musica” del testo che può appassionare il lettore ideale al punto di convincerlo, anche in una situazione non facile come quella carceraria, che ci si può avvicinare a un buon libro e forse, perché no, dopo aver letto, provare a dar forma alle proprie emozioni attraverso parole proprie.

Nella fase progettuale, avevamo immaginato un piccolo laboratorio nel quale avremmo proposto una serie di testi, per lo più in forma di diario, per poi discuterli e magari provare a scrivere qualcosa di specifico, su tematiche selezionate insieme. Ma i progetti hanno un senso solo quando si incontrano coi fatti, altrimenti bisogna rimodellarli e renderli compatibili con chi deve diventarne parte. Al nostro primo ingresso nella piccola saletta destinata al laboratorio, di fronte alle detenute diffidenti ma incuriosite che avevano risposto al nostro invito, ci siamo rese conto che avremmo dovuto cambiare il programma in corsa. Dovevamo improvvisare e rimodulare il puzzle di interventi. Dovevamo saper ascoltare prima di parlare noi, altrimenti le avremmo perse immediatamente. Perciò, un pezzettino per volta e accettando la sfida, siamo arrivate alla fine di questo breve percorso un po’ a braccio e un po’ usando quel che siamo e quel che sappiamo fare. E ne abbiamo avuto in cambio alcune considerazioni che vorremmo condividere.

La prima osservazione riguarda lo scarso interesse delle italiane, che per lo più sono passate a curiosare, hanno salutato, ringraziato e poi declinato l’invito. Qualcuna dichiarava pessimi ricordi scolastici, altre dicevano con chiarezza di non avere alcuna intenzione di “tornare sui libri”. Le straniere, invece, son rimaste. Qualcuna è arrivata con carta e penna, qualche altra portando solo se stessa e la sua curiosità. In sostanza, però, non se ne sono andate. In modi molto diversi, alcune intervenendo di continuo e altre restando in silenzio, attente e concentrate, ma senza dire una sola parola, tutte in qualche modo hanno provato a partecipare. Man mano che la diffidenza si scioglieva nel desiderio di capire, o in quello, semplicemente, di parlare di questioni che non avessero a che fare con la loro condizione di detenzione, la pressione esercitata da mura, chiavi e sbarre alle finestre diventava meno percepibile. Per un po’ ci si è dimenticati di essere in un luogo di reclusione. Discorsi di cinema, televisione, teatro e moda hanno alla fine portato alla lettura di qualche testo scritto da loro, in questa toccante – a tratti esibita e a tratti nascosta – esibizione di sé, delle proprie emozioni, della propria “musica” e voce. Nei testi, c’era tanta vita normale, e tanto desiderio di averla, una vita normale: stralci di quotidianità, amore materno, rabbia per la sorte degli indifesi, allusioni familiari lontani, desideri per il futuro o delusione per il tempo che passa in attesa di processi che tardano troppo.

Ci si è lasciati all’ultimo incontro e dopo un tempo così breve, con la sensazione di aver compreso qualcosa in più della vita e dell’utilità della cultura nei percorsi di reintegrazione nel sociale. E varrebbe la pena di riprendere da qui, se fosse possibile e appena lo sarà, per cominciare, ci auguriamo, un percorso che possa continuare nel tempo.

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La città dei ragni

È un racconto di qualche tempo fa. Parla di Milano. Che è la città dei ragni. Non poteva mancare, qui, no?

ph. G. de Luca


Dal cielo

Bordi slabbrati

Un confine di luci

Una tela

Che non sembra reale

Non sembra vera

Dov’è in agguato

Il ragno

Che mi mangerà?

Tanto, tutti i posti sono uguali. Gli aeroporti di tutti i posti sono ancora più uguali. Plastica e vetro e tramezzi, targhe, insegne e contorni netti. Neon. Persone per bene. Spazi.

Spazi piccoli a Linate.

Spazi violati, una volta che un aereo in partenza non è mai decollato, ma è bruciato sulla pista.

Spazi ristretti per chi cerca di entrare per sempre o di uscire per un po’.

Spazi accucciati uno dentro l’altro, ma sempre in confini angusti. Sembra strano che le porte scorrevoli di un posto così piccolo si spalanchino sulla notte di Milano

Che non sembra vera, ma che tiene stretto in pugno, ne sono certa, il ragno che mi mangerà.

Odori.

Odore quasi di Londra, per me, perché da Linate di solito vado e torno: gas di scarico, pioggia, asfalto bagnato, sigaretta sotto l’ombrello. Due città straniere, amate allo stesso modo, allo stesso modo vissute e mai conosciute sul serio.

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M’Arragno: il tessitore di trame (nascita di una mascotte)

Al mio risveglio, questa mattina, ho trovato M’Arragno sulla parete di fronte al mio letto. Pensavo fosse già al lavoro. Come tutti gli anni qualcuno della sua famiglia comincia a fabbricare tele nella camera: tese tra gli angoli del soffitto, tra l’armadio e la parete, sopra la cassettiera, dietro ai comodini.

Avviso alle zanzare: state alla larga dalla mia camera, se non volete fare la fine de La Mosca!

Insomma: i ragni, in genere, fanno così.

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Quando le idee diventano azioni

È da qualche anno che ci pensiamo: mettere insieme delle forze per riuscire a fare qualcosa che in qualche modo riconosca il nostro desiderio comune di agire concretamente nel mondo della cultura, che poi, pensarci bene, tutto è cultura. Persino scegliere di andare al mare o in montagna è una scelta culturale.

Ora, se c’è una parola che si è riusciti a svuotare quasi completamente di significato è proprio la parola cultura. Un po’ ci ha pensato l’assioma cultura/noia un po’ abbiamo lasciato anche noi che succedesse perché siamo stati presi a fare altro delegando questo compito ad altri.

La cosa curiosa è che, invece, la necessità di aggregare persone attorno a un libro, un film, una suggestione è più viva che mai.
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È andata così

È andata così: sto a Milano da forse 25 anni.

Ho amato questa città, e ne sono stata ricambiata. Però ora succede questo: da quindici anni, più o meno, questo posto ha smesso di crescere, si è rattrappito in un orizzonte angusto e senza respiro (direi alla lettera, dati i livelli di inquinamento), virtualmente aperto all’universo (nel senso: come simulazione virtuale, quella che anima l’Expo) e in realtà del tutto autoreferenziale.

È triste. È inaccettabile. E questa frenesia immobiliare scatenata dall’Expo dovrebbe, in effetti, se non fossimo tutti sedati dal succedersi affannoso degli eventi, suscitare indignazione. Ecco.

Zoe Libra è una miccia.

Sarebbe bello che la sua crociata da fantasma desse fuoco alle polveri. È tornata apposta. Alla fine dell’ultima storia, la spazzina detective aveva deciso di fermarsi un po’, e io pensavo che fosse per sempre. Mi sbagliavo. Risvegliata dall’inatteso fiorire di Expo-lapponi e criceti, Zoe ha deciso che era tempo di tornare.

Ha fatto bene.

Magari ora resta.

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